DI INESTIMABILE VALORE

Le opere da vedere 

Luoghi Sacri

LA CHIESA PARROCCHIALE

Abbandonata l’antica parrocchia di San Pietro che sorgeva sul colle omonimo in località Campus Serrae, la sede della chiesa parrocchiale venne trasferita all’interno delle mura per motivi di sicurezza, in quello che oggi è il centro storico del paese. Costruita, secondo la tradizione, sui resti dell’antico tempio romano, dedicato probabilmente alla Dea Diana o alla Dea Venere, il corpo principale venne eretto nel XIII secolo. Il campanile originario in stile romanico venne eretto sopra la balaustra di sinistra nel 1402 e rimase intatto sino al 1858 quando, ormai pericolante, venne abbattuto e sostituito dall’odierno in stile neogotico progettato dall’architetto Marchini di Torino. Alto ben 56 metri è diventato il simbolo del paese per eccellenza.

CHIESA DEI BATU' (sconsacrata)

Costruita nel 1620 come casa o oratorio adattata a Chiesetta con il nome di una Confraternita, ebbe il titolo originario della Concezione. Posta a guardia del borgo perché situata a ridosso del Ponte levatoio di legno che dava accesso alla porta principale del nucleo fortificato, fu in seguito denominata “dell’Immacolata”. 

 

LA CHIESA DEL CARMINE

È una delle 3 chiese, insieme a quella della Trinità e dell’Immacolata, sorte a Fubine nel ‘600 durante il periodo della peste manzoniana. Il prospetto delle facciate è molto simile tra loro sia per la fattezza ottocentesca dell’intonaco e del timpano sia per la presenza delle 3 finestre centrali mentre risulta che,  anticamente, sulla facciata vi fosse un dipinto centrale. La statua lignea della Madonna è di pregevole fattura verosimilmente settecentesca, assimilabile ad una produzione contemporanea al magnifico esemplare conservato nella Chiesa Parrocchiale nella nicchia all’interno del Polittico di Ambrogio Oliva nella Cappella del SS Rosario a lato dell’Altar Maggiore. Entrambe le statue presentano una raffinata doratura. 

La Cappella Bricherasio e la cripta del Conte Emanuele realizzata da Leonardo Bistolfi

La zona su cui sorge la Cappella è nota come “dei Cappuccini” (Capissìn, in dialetto). In questo luogo, infatti, nel 1611, venne eretto il Convento dei frati Cappuccini. Quest’ultimo venne abbandonato e distrutto nel 1814 a causa dell’Editto Napoleonico che soppresse gli ordini religiosi. L’attuale Cappella fu commissionata nel 1864 dal Conte Cavaliere Luigi di Bricherasio, padre del conte Emanuele e della contessa Sofia. L’edificio venne realizzato in stile neogotico. La struttura esterna, interamente in mattoni, presenta pareti molto sottili, caratterizzate da alcuni piccoli contrafforti, cinque su quelle laterali e due in facciata. Ulteriore caratteristica tipica dell’epoca è l’utilizzo dell’arco a sesto acuto sia nell’impostazione delle volte interne sia nelle finestre. Al di sopra dell’arco di entrata trovano posto un bassorilievo in pietra con lo stemma nobiliare dei Cacherano di Bricherasio e un piccolo rosone che lascia filtrare la luce all’interno della cappella. Il pavimento antistante l’altare, è decorato con un mosaico che riproduce un verso tratto dall’“Eterno riposo”. La piccola navata è illuminata da vetrate policrome tipiche dell’epoca. 

 

Sulle pareti della cripta sono presenti numerose lapidi di membri della famiglia comitale. Sulla sinistra campeggia il grande bassorilievo scolpito in onore della marchesa Teresa Massel di Caresana sposa di Luigi di Bricherasio e madre di Emanuele e Sofia, ultima discendente della famiglia. In fondo, trova posto il monumento funerario del Conte Emanuele realizzato dallo scultore casalese Leonardo Bistolfi amico personale del Conte Emanuele e uno dei maggiori esponenti della corrente Liberty. Un autentico capolavoro nel quale il Conte Emanuele, disteso nella quiete della morte, è effigiato con l’uniforme di Ufficiale del Piemonte Reale Cavalleria e vegliato pietosamente da un angelo col capo velato. Accanto alla tomba del Conte riposa il suo grande amico Federico Caprilli, capitano di cavalleria e Magister Equitum, morto in circostanze oscure, poco dopo l’altrettanto misteriosa morte del Conte Emanuele firmatario nel 1899, con altri aristocratici e imprenditori torinesi, dell’atto di fondazione della F.I.A.T. poi trasformatasi in Fiat nel 1906. Colto e di idee avanzate, attento alle nuove istanze sociali, il Conte era definito dalla gente del paese “il conte socialista”.

Il Castello di Fubine (Palazzo Bricherasio)

La prima attestazione scritta del Castello di Fubine è contenuta in un documento del 26 gennaio 1041 con il quale l’imperatore Enrico III confermava al vescovo d’Asti la metà di “Fibine” con il castello, le cappelle e tutte le pertinenze. Questo edificio, nei secoli a venire, fu saccheggiato più volte (famoso l’episodio del 1316) finche’, verso la meta‘ del XV secolo, rientrò nella grande opera di restauro delle fortificazioni fubinesi. I lavori iniziarono nel 1446 sotto la direzione di Teodorino di Cuccaro e di Anton Giovanni di Settimo, su disegno di Bellingerio di Busca il “commissario sopra le fortificazioni”. Il castello venne così restaurato e cinto di nuove difese murarie. Nel 1527 un nuovo assedio, avvenuto da parte degli Spagnoli, portò all’occupazione del borgo, al saccheggio e all’incendio del castello. Nel 1590 la popolazione si appellò al Duca Vincenzo I di Gonzaga che promise di non infeudare più Fubine; all’inizio del nuovo secolo un’altra sanguinosa vicenda funestò Fubine: il saccheggio del giugno 1628. Nel 1658, nonostante la promessa fatta dal Duca di Gonzaga, Fubine venne infeudato al Conte Vincenzo Natta di Baldesco. Il Conte Natta iniziò una completa opera di restauro del precedente castello medievale che, in stato di abbandono, veniva usato come cava di materiale da costruzione. Nel 1664 egli fece “costruere et da fondamenta erigere un gran palazzo ch’ha forma di castello, con molte stanze nobili et civili distinte dal rustico et capaci di alloggiare persone d’eminenfe qualità”. 

 

IL GIARDINO PENSILE

Il Giardino Pensile fu realizzato, probabilmente, in epoca anteriore il 1800. A metà del percorso di salita si trova una grotta che costituisce un particolare non molto diffuso negli altri palazzi nobiliari del Monferrato. Le grotte, infatti, rientravano in quel vasto strumentario di espedienti che durante il periodo neogotico serviva per stupire gli ospiti: non va dimenticato che allora i giardini avevano l’unica funzione di incuriosire e stupire gli ospiti dei nobili signori. La tradizione orale vuole che vi si trovassero piantate diverse specie di alberi, tra cui alcune Palme e una Sofora tuttora verdeggianti, collocate in aiuole erbose delimitate da basse siepi di bosso che formavano dei piccoli sentieri e modellate sullo stile del tipico giardino all’italiana. 

 

Gli Infernot di Fubine

Un Infernot è una cavità sotterranea utilizzata principalmente per la conservazione del vino. Si tratta di una sorta di’ “appendice” della cantina, tipica delle abitazioni del Monferrato, scavata nel sottosuolo. Grazie alle particolari caratteristiche geologiche di questo terreno volgarmente detto “tufo”, ma nella fattispecie del contesto fubinese identificabile in livelli sabbioso-siltosi, queste cavità ipogee mantengono temperatura e umidità costanti durante tutto il corso dell’anno. Era usanza tra le famiglie contadine imbottigliare una bottiglia di vino il giorno della nascita di un nuovo membro della famiglia: sulla bottiglia veniva scritto col gesso nome, cognome e data di nascita; veniva usato il gesso, l’unico materiale in grado di resistere alle condizioni ambientali di questi siti senza deteriorarsi. Da semplici strutture monocamerali si passa a costruzioni più complesse con camere multiple e diversi livelli di profondità. Sul territorio di Fubine, a seconda dell’epoca costruttiva, se ne individuano due tipologie: Quelli risalenti a fine ‘800/inizio ‘900 sono i più diffusi: sono stati scavati a mano dai contadini durante i freddi mesi invernali quando la campagna non poteva essere coltivata e le attività all’aperto erano limitate. Questi manufatti sono caratterizzati da lunghi corridoi quasi sempre rettilinei terminanti in una grossa stanza. Quelli risalenti alla metà del ‘700 sono situati nel centro storico e sorgono in prossimità di edifici anticamente occupati da confraternite religiose. Queste strutture, molto più complesse degli Infernot sopracitati, avevano la funzione principale di “via di fuga” in caso di pericolo e, secondariamente, quella di conservare il vino. Lo si nota dal particolari corridoi molto spaziosi, che pur con andamento irregolare, consentivano un più agevole passaggio. 

 

La porta del Monferrato

Sito tra colline e pianura, Fubine occupa, nel Basso Monferrato, una posizione quasi baricentrica rispetto ad Alessandria, Casale e Asti. Il suo nome, scartate le interpretazioni più fantasiose e tradizionali, sembra persuasivamente riconducibile alla dicitura fibulinae (da fibulae, o fibbie, con riferimento ad un’attività artigianale locale).[ 1 ] 

 

Il primo nucleo abitativo sorse verosimilmente in tarda età romana (secc. IV-V d.C.) lungo una strada secondaria non lastricata corrente nel fondovalle, a circa metà strada tra Altavilla (il cui nome ricorda le villae o fattorie romane e nella cui frazione di Molignano si sono trovati reperti romani) e Felizzano, anch’esso, probabilmente, di origine romana. La prima attestazione ufficiale dell’esistenza di Fubine è contenuta in un diploma del 26 gennaio 1041,con cui l’imperatore Enrico III di Franconia assegna a Pietro Il, vescovo-conte di Asti, il possesso del luogo e di altri castelli, posti al confine tra la Marca Arduinica e quella Aleramica.

 

La storia medievale e moderna del borgo si colloca sullo sfondo delle complicate vicende del Basso Monferrato, nel pieno delle contese territoriali che videro dapprima il protagonismo dei Marchesi di Monferrato e degli abitanti di Alessandria, e successivamente, in un più ampio orizzonte italiano ed europeo, di Francesi e Spagnoli (Fubine, come tanti altri paesi delta zona, venne saccheggiato dai Lanzichenecchi nel 1527 e neI 1628 subì altre orribili devastazioni nella lunga guerra – di manzoniana memoria – di successione di Mantova e Monferrato).Tratto costante della comunità fu, nel tempo, lo spirito di libertà, che portò a controversie e conflitti con vari feudatari sino alla fine del ‘600: memorabile la contesa col conte Vincenzo Natta che, dopo la sottomissione del paese, volle essere sepolto nella chiesa parrocchiale. Nel 1708 Fubine passò sotto il dominio di Casa Savoia.

 

La vocazione agricola del luogo ne ha fatto, lungo il corso della storia, un’importante comunità contadina, caratterizzata da un’attività vitivinicola estesa, anche se non fortemente produttiva, già nel Settecento e fondata prevalentemente sul regime della piccola proprietà. Nella seconda metà dell’Ottocento si accentua la trasformazione in senso capitalistico del regime fondiario, con la creazione di un ampio bracciantato a fronte di un esiguo numero di grossi proprietari. Al forte incremento demografico seguito all’Unità d’Italia (il paese passa da circa 3000 abitanti nel 1861 ai 3800 di fine secolo) subentra un progressivo calo: la crisi economica dei primi del ‘900 determina un forte flusso migratorio verso l’America del Sud e del Nord. A New York qualche anno fa sopravviveva ancora la Fubinese Society, fiorentissima negli anni tra il ‘30 e il ‘50.

[1] Cfr. Dizionario di Toponomastica, Torino, Utet, 1997, s.v. (a cura di A.R. [Alda Rossebastiano]).

 

 
 
 
 
 
 

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